Sono un uomo fortunato. Non perché mi succedano solo cose belle, no quello no. Anche a me, come a tanti, mi succedono le cose che sembrano sgradevoli, gli incidenti, i dispiaceri, le delusioni. Mi sono fatto male, e molto. Ne porto le ferite ancora aperte e le cicatrici sparse ovunque. la vita mi ha dato calci e botte e sputi ma io sono qui lo stesso. Da loro ho comunque imparato e oggi non sarei qui se non ci fossero stati. Mi hanno reso quello che sono e non sono male.
Il fatto che oltre a calci e botte, la vita mi ha dato vino e miele, baci e calore. E parole che valeva la pena ascoltare. Sono un uomo fortunato perché tutta questa mia vita vale la pena. Le cose che mi succedono, tutte, valgono la pena. E le persone che mi si avvicinano sono un dono che vale la pena. Io ringrazio ogni giorno le persone che mi circondano, che pensano che io meriti attenzione. Sono persone belle, fuori e dentro, hanno forza e coraggio, energia e storie. Sono la mia meraviglia.
Non faccio niente per meritarle se non essere me stesso. Senza nascondermi dietro un dito, mostrando quello che sono, pregi e difetti, limiti e grandezze. certe volte faccio volare, lo so, me ne accorgo. Altre tarpo le ali, lascio senza parole, uccido le anime. Ma mai, mai, sono invisibile per le persone che amo e che mi amano. Spero che non se ne vadano mai.
Grazie di tutto.
E' una vita che attraverso la notte annaspando. Che aspetto l'arrivo del primo chiarore come si aspetta un riscatto che ti liberi o che qualcuno venga ad aprire una porta chiusa per sbaglio da fuori. Maledico spesso l'orologio che implacabile mi ricorda che il tempo che abbiamo inventato noi è fatto di numeri: 4.51, 2.35, 2.40, 3.28, 5.14, 4.22, numeri che suonano come una condanna.
Apro gli occhi e so che non sarò capace di richiuderli, vengo assalito dalla tempesta che ho in testa e so che ormai da tanto, troppo, tempo per me quattro ore di sonno sono una benedizione. Ringrazio. Mi giro intorno, riemergo dalla melma e so che quando il mondo innesterà la prima marcia, io sarò un po' stanco e sarebbe ora di schiacciare un pisolino.
Il mio migliore amico? L'omino del giornale che, invisibile agli occhi ma non alle orecchie, posa due quotidiani dietro la mia porta, alle cinque e mezzo. Se sapesse quanto gli voglio bene, me ne vorrebbe un po' anche lui.
Negli ultimi due anni, settecento notti infinite, avrò dormito in un letto non più di duecento volte. E mi sarò svegliato dopo il sole non più di trenta. Buona giornata a tutti.
Qui era il mio posto perfetto.
Non c'erano sovrapposizioni tra qui e lì, dove lì è fuori di qui e qui è qui dentro. Nessuno di lì sapeva del mio qui e nessuno di qui sa com'è il mio lì. Potevo essere libero di parlare e raccontare, di specchiarmi in un qui che aveva un senso fatto di persone e ascolto. Insomma, qui.
Invece ormai so che c'è chi è lì e sa di questo qui e me lo ha reso un posto dove stare attento a quello che dico. La libertà di essere qui non esiste più e non voglio aprire un altro qui da far diventare come questo: avevo già questo che mi piaceva e mi faceva sentire a casa.
Mi hanno derubato qui.
Può sembrare stupido ma io, ieri sera, ho capito di essere solo. Una solitudine profonda, che mi è arrivata inaspettata come uno schiaffo in faccia. Senza morbidezze, dura come la notte. Ho capito, ieri sera, che la donna che mi è stata accanto una vita -e che ancora dice di amarmi anche se non sa cosa significhi questa parola- non era mai riuscita a entrare dentro di me, neanche di un millimetro. Non sa chi sono, non sa cosa penso, non sa niente. In modo semplice e brutale.
Estraneo, ecco come mi sento. Non conforme, non allineato, non omogeneo. Incomprensibile, anarchico. inaspettato. Mi sembra che questo sia un pensiero da liceale ma questo ho e questo mi tengo. Sì lo so, lo so, siamo soli, tutti soli, e attraversiamo la vita come attraversiamo la strada: con una certa attenzione ma neanche troppa. Ma non me frrega niente perché io l'ho capito, sentito, solo ieri sera.
Vado, adesso vado. Mangerò poco, non berrò vino. Il mio unico svago, un gin tonic molto gin e poco tonic, può aspettare fino alle sette. Ecco, ora è verde per le macchine: è il momento che noi pedoni passiamo.
Ci sono diversi tipi di artista, mi ha detto ieri il mio amico Max. E ha cominciato a farne l'elenco, il pittore, l'attore, il calciatore, il poeta. E altri che non ricordo. Max è un mio amico da tutta una vita, insieme abbiamo fatto più di quello che si dovrebbe fare, abbiamo attraversato l'inferno e abbiamo inventato un modo per sopravvivere, anche se le cicatrici non se ne vanno più. Max gira il mondo rubando immagini, cercando un altro punto di vista. E' bravo e lo sa.
Poi mi ha detto: "e tu anche se lo vuoi nascondere, anche se so che è un discorso che non ti piace, anche se so che hai tolto l'arte dalla tua vita e ci hai aggiunto l'amarezza, tu sei un artista. Un artista della vita. Vivi con arte," mi ha detto, "e per questo anche se mi hai detto ti chiamo fra due minuti e sono passate due settimane, io ti aspetto e per me è come se fossero passati due minuti."
Mi vuole bene Max, e io voglio bene a lui.
C'è stato un momento nella mia vita in cui tutte le vite erano possibili. Fotografo, viaggiatore, spacciatore, zingaro, giornalista, raccontatore, importatore di spugne, fumatore, calciatore. Potevo essere tutto, potevo scegliere. Poi ho scelto una cosa diversa da tutte queste o che aveva un po' di tutte le cose dentro di sè. Ho fatto una strada, ho avuto la mia parte, non mi sono fatto mancare niente.
Oggi non è più così. La strada è stretta, le possibilità poche. Potrei ormai fare soltanto il ristoratore, l'osservatore, il cammelliere, il cavatappista, il silenzioso, l'escort per donne sole, l'accompagnatore, il lupo mannaro. Poche cose di fronte alla complessità della vita.
Provo un dolore cupo per questo figlio che non guarisce mai. Sono mezzo ubriaco, sono incazzato, sono rabbioso. Lontani da me, porca puttana.
Vivo in un'altra casa adesso. Dormo e mi sveglio altrove. Ho smontato tutto, ho spezzato vite, ho visto pianti senza fondo e sentito i cuori che si spezzavano. Ho visto i due motivi per cui sono vivo chiedermi silenziosamente perché e per quanto e se sarei mai tornato indietro. Eppure sono stati gli unici a non chiedermi niente, a guardarmi e a essere dalla mia parte anche con la schiena spaccata dal dolore. Loro sono i soli che sanno chi sono. Non li ho mai ingannati, neanche una volta.
Mi sono chiesto anche cosa sia quest'amore, a me che sto sempre zitto e che non porto mai un fiore e che questo amore che spezza le vene non riesco a sentirlo. Mi sono chiesto se me lo merito. Se mi merito questi occhi che mi guardano in quel modo, io che sto bene da solo e che vorrei sempre essere in un altro posto. Mi piacerebbe vivere due vite, mi piacerebbe avere tutto.
Per un momento ho avuto un figlio nuovo che poi ha preferito non partecipare al grande viaggio. Tutti hanno creduto cose sbagliate su quello che pensavo di questa storia, mi hanno compianto e compatito,guardato con riprovazione, sorriso, detto che erano con me comunque e poi hanno staccato il telefono. Eppure io come sempre la pensavo diversamente, ho provato piano a dirlo ma non era un pensiero ortodosso, non era atteso, non era buono. Nessuno ascolta mai le parole delle persone se le parole non coincidono con quello che si pensa. Certe verità più che difficili da dire sono difficili da ascoltare.
E poi oggi mi sono tagliato i capelli. Corti.
E' che mi guardo in giro e non c'è ancora nessuno. Sorrido poco, ultimamente. Ho intorno un sacco di gente che si lamenta del mio poco entusiasmo ma io le capriole non le so fare, e non le faccio.
Sempre donne che tirano la giacca, e le capisco, hanno ragione, dovrei decidere che fare, se incominciare questa nuova vita e quando farlo. In fondo aspetto la terza via.
Anche la mia barba adesso va bene. Questa barba che mi accompagna da sempre, che non ho mai tagliato due giorni di seguito. Va bene abbinata al filo di brizzolo, ai capelli corti, agli occhi neri, al vestito scuro e alla camicia chiara.
Va bene quando è più lunga di adesso, quando il bianco prende il sopravvento. E va bene anche quando, ogni cinque o dieci giorni, la taglio tutta e sembro un ragazzino.
Adesso che ho riaperto le porte va bene tutto.
Il punto è che non riesco a immaginarmela, questa nuova vita. Che ci sarebbe dentro che non ho già avuto? Un figlio, un viaggio, una città, una casa? Oppure un bacio, uno sguardo, un tocco?
Qual è la prospettiva, qual è il progetto? Una donna nuova e bellissima può bastare?
Ma il problema è che non riesco neanche a immaginarmi quella vecchia, di vita. Che facciamo, che ci raccontiamo che già non ci siamo detti? E dove andare domani, e dopo e dopo ancora. Questi figli ormai grandi, alti e belli, bastano per usare la parola futuro?
Ecco, futuro. Uomo senza futuro, mi ha chiamato -ridendo- Daniele.